È uscita nei giorni scorsi la notizia che ad un concorso per 30 posti da vice assistente in Banca d’Italia sono pervenute quasi 85 mila domande. In media 2.800 domande per posto. Ormai sono questi i numeri a cui siamo abituati. A maggio per 800 posti da assistente giudiziario ci sono state oltre 300 mila domande.
Questi non sono posti di lavoro, ma biglietti della lotteria. Numeri talmente spropositati che risulta virtualmente impossibile andare a selezionare i più bravi. Perché, su 85 mila, di “più bravi” ce ne sono decisamente più di 30. Tra il 30esimo e il 35esimo, ma anche tra il 30esimo e il 90esimo o il 300esimo, è pertanto molto probabile che la differenza nella qualità dei candidati sia vicina allo zero.
Cosa succede? Ci saranno migliaia di bravi concorrenti che parteciperanno, si sottoporranno ad una lunga trafila concorsuale e alla fine non vinceranno il concorso. Ne proveranno un altro, con gli stessi numeri, con lo stesso risultato. E poi un altro ancora. Arrivando alla fine a deprimersi e a convincersi che non sono loro bravi abbastanza, invece che a ritenere che il Paese non offre abbastanza opportunità.
La stessa dinamica, tra l’altro, è diventata tipica di una parte sempre crescente del mercato privato. Singole posizioni anche junior dove si presentano centinaia di candidati e dove, anche quando va bene perché i futuri datori di lavoro non giocano al ribasso, le possibilità di essere notati sono associate più al caso che non al percorso che uno ha fatto fino a quel momento.
Ma allora cosa deve fare uno, in questa Italia, per trovare il proprio posto al mondo?
C’è qualcosa che non torna in questa “allocazione di capitale umano”: probabilmente l’insufficienza cronica di opportunità, ma anche dinamiche novecentesche applicate a come si selezionano “i più bravi”.
Noi da oggi cominciamo a ragionarci.
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