Si avvicinano le elezioni ed ecco che si torna a parlare di pensioni. Di quelle di chi c’è già o ci sta per andare, e lo si fa di nuovo a spese dei lavoratori più giovani e di tutta la collettività.

Perchè questo è ciò che non dice la proposta che hanno avanzato di recente Damiano e Sacconi – ex Ministri del Lavoro e del Welfare in quota PD e PDL: la politica degli ultimi vent’anni che ritorna per proporci di continuare a guardare con lo specchietto retrovisore, senza pensare troppo al futuro e alle prossime generazioni.

I due ex ministri propongono infatti di bloccare l’adeguamento automatico dell’età pensionistica all’aspettative di vita. Una proposta immediatamente sostenuta all’unisono dai sindacati, e a cui sembrerebbe difficile opporsi.

Se non fosse che non si dice su chi si scaricherebbero i costi, più di 100 miliardi di euro da qui al 2035, secondo quanto quantificato dal presidente dell’INPS Tito Boeri. Costi presumibilmente pagati dalle generazioni più giovani, dal momento che sarebbe col loro lavoro (e non abbonda) che si dovrebbe sostenere l’intero sistema nei prossimi anni.

Se davvero ci sono queste risorse, destiniamole molto più utilmente alla creazione di opportunità di lavoro. Solo con una crescita del tasso di occupazione, che in Italia è tra i più bassi di Europa (57%, inferiore di 10 punti percentuali rispetto alla media europea), con l’afflusso di lavoratori dall’estero e con una ripresa della natalità, saremo infatti in grado di garantire la sostenibilità del sistema pensionistico, fornendo protezione alle prossime generazioni e, forse, rivedendo in futuro anche le soglie dell’età del pensionamento.

Invece di concentrarsi su questo, la politica italiana di questi ultimi vent’anni ha inferto un colpo quasi mortale alle possibilità di futuro del nostro Paese, alternando modifiche marginali del sistema pensionistico a periodiche marce indietro in concomitanza delle scadenze elettorali. Non ha mirato ad allargare la torta, ma solo a modificare l’ampiezza delle fette per certe categorie di cittadini a danno di altre. I figli sono stati messi in competizione con i loro genitori per gli stessi posti di lavoro, invece di creare le condizioni perché a tutti fosse offerta la possibilità di dare il proprio contributo per il progresso della società.

Proviamo a dare un nostro contributo, ricordando cinque punti semplici.

1. L’Italia ha già un numero elevatissimo di pensionati giovani

L’età effettiva di pensionamento in Italia, oggi, è molto al di sotto di quanto stabilito dalla legge a causa delle tante riforme che si sono succedute e delle ancora più numerose deroghe che si sono concesse. L’Italia è un paese di baby pensionati. Quasi la metà degli italiani tra i 55 e i 64 anni non lavora, contro appena il 30% in Germania e il 25% in Svizzera. Tra gli over 65 appena 4 su 100 è ancora attivo, quasi 7 in Germania e 12 in Svizzera

2. Sostenere un tal numero di pensionati costa, moltissimo

Le spalle degli italiani sono gravate di un peso di 4.500 euro l’anno ciascuno per il sostegno previdenziale. Si tratta di quattro volte di più rispetto a quanto destinato a supporto dei disoccupati e delle loro famiglie. Nessun altro tra i principali paesi europei presenta un sistema di assistenza sociale così sbilanciato a favore dei pensionati

3. I contributi sociali erodono gli stipendi dei lavoratori, ma vanno a principale beneficio dei pensionati

I lavoratori hanno i propri stipendi zavorrati dalle trattenute sociali e previdenziali la cui incidenza è molto superiore a quella riscontrabile in altri paesi europei. Se un lavoratore italiano fornisse la sua prestazione in Gran Bretagna la sua remunerazione passerebbe da 1.600 euro e 2.000 euro per effetto del più basso costo del sistema pensionistico.

4. Il tasso di povertà è molto più alto tra i giovani che tra i pensionati

I dati ISTAT pubblicati nei mesi scorsi descrivono una situazione insostenibile: la povertà assoluta tra gli over 65 nel 2016 diminuisce al 3.8%, mentre aumenta in tutte le altre classi di età, in particolare tra i i giovani di 18-34 anni, attestandosi al 10%. Non è così anche all’estero: l’OCSE ci dice che in Francia e in Germania il divario è molto minore, mentre in Gran Bretagna è addirittura inverso con un’incidenza della povertà tra i giovani inferiore rispetto ad altre classi di età.

5. Il tasso di fertilità tra i più bassi d’Europa si combatte sostenendo giovani e famiglie

Non sorprende che il risultato di tutto questo sia un tasso di fertilità tra i più bassi d’Europa, e a questo si aggiunge un esodo di massa di giovani (285.000 emigrati nel 2016 secondo le stime del Centro Studi Idos, equivalente a poco meno della città di Catania). Si tratta di un pericoloso circolo vizioso: meno giovani lavoratori implicano maggiori costi (pensionistici) a carico di ogni lavoratore rimasto. Aumentare la spesa pensionistica non andrebbe che ad aggravare questa equazione.