“È partita la gara a chi la abolisce più grossa. L’altro ieri il canone RAI. Ieri le tasse universitarie.
Il diritto allo studio è una cosa seria. Rappresenta l’unica effettiva assicurazione contro i rischi di una società che nei prossimi anni diventerà sempre più complessa.
Le tasse universitarie sono una spesa importante per tantissime famiglie del ceto medio – che sta diventando sempre di più il ceto dei nuovi poveri – con redditi sopra a 30 mila euro lordi l’anno. Non è dunque vero che rivedendo il meccanismo attuale si premierebbero solo le famiglie ricche, si aiuterebbero anche tante famiglie normali.
Ma è certamente vero che la cosa non si può e non si deve risolvere nel taglio dei costi di iscrizione. Perché togliere le tasse non equivale affatto a garantire il diritto allo studio, se con questo intendiamo il diritto a un’università di qualità che genera opportunità.
L’obiettivo deve essere mettere i giovani italiani nella condizione di fare l’università migliore e non necessariamente quella sotto casa solo perché è l’unica che possono permettersi. Ma per fare questo non ci sono scorciatoie: non sono più tollerabili università che sfornano disoccupati-destinati-a-restarlo invece che laureati pronti a giocarsela con i mestieri del futuro; e fino a quando avremo un valore formale del titolo di studio non ci sarà sistema di incentivi o sanzioni in grado di scardinare potentati universitari che non servono agli studenti ma solo a chi ci insegna.
Così come serve fare in modo che – insieme alla ricerca – anche la qualità della didattica diventi centrale nel decidere se un accademico fa carriera o no. Oggi non è così e il risultato è che la maniera in cui insegni è irrilevante per fare strada come prof, anche se è terribilmente rilevante per chi sta dall’altra parte della cattedra ad imparare. Non penso che possiamo continuare a tollerare che la qualità dell’insegnamento sia lasciata al caso. Il diritto allo studio vuol dire, prima di tutto, che in cattedra va solo chi è davvero capace di insegnare e quindi di coniugare conoscenza della materia con capacità di appassionare e ispirare i propri studenti.
Ci serve un’università radicalmente ripensata, se vogliamo crescere ragazzi in grado di giocarsela in Europa e nel mondo, mentre invece non ci serve una classe di politici che si inventa i bonus di ultima generazione, quelli a “a togliere”: togli una tassa di qua, togli una tassa di là, prima o poi qualcuno pagherà.
Che serva quindi ripensare il sistema della tassazione universitaria per venire incontro a tanti giovani che appartengono a famiglie non agiate è vero. Ma occorre mettere al posto giusto tutte le tessere del puzzle. Altrimenti i quasi due miliardi che le famiglie non sborserebbero più oggi si trasformerebbero solo in un costo enorme per lo Stato, e quindi per tutti noi, ipotecando ulteriormente il futuro di tutti, a partire proprio da giovani, senza assicurare un diritto allo studio che non si esaurisce nell’accesso all’università, ma in ciò che – una volta dentro – gli studenti trovano.”
Alessandro Fusacchia